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Chi siamo: Morbelli e Figli, Enoteca dal 1947

Una storia cominciata sotto i portici

Tutto parte da un magazzino. Non da una bottega elegante, non da un locale arredato con cura: da un magazzino buio e lungo sotto i portici di via Lagrange, a Torino, con le volte in mattoni e il pavimento in pietra che d'inverno diventava gelido. Era il 1947, e Ernesto Morbelli aveva quarantadue anni, una guerra finita da poco alle spalle e una convinzione ostinata che i vini del Piemonte meritassero qualcuno che li trattasse con serietà.

Ernesto aveva lavorato per anni come magazziniere presso un importatore di Alba, e in quel lavoro aveva imparato a riconoscere le differenze tra una bottiglia tenuta bene e una rovinata dalla luce o dal calore. Quando decise di mettersi in proprio, scelse via Lagrange perché i portici garantivano ombra costante, e l'ombra costante significava temperature più stabili per lo stoccaggio. Era un ragionamento pratico, da persona che conosceva il mestiere prima ancora di conoscere le parole del mestiere.

Da magazzino a enoteca: gli anni della trasformazione

Per i primi anni, il locale era quasi esclusivamente un punto di vendita all'ingrosso. I ristoratori del centro venivano da Ernesto la mattina presto, prima che aprissero i mercati, e lui consegnava a mano le casse ai cuochi e ai gestori che abitavano a poca distanza. Sua moglie Carla teneva il registro delle vendite seduta a un tavolo vicino alla porta, con una calligrafia precisa che ancora oggi i nipoti conservano nei quaderni originali.

Fu il figlio Giorgio, negli anni Settanta, a trasformare il magazzino in qualcosa di più simile a ciò che vedete oggi. Giorgio aveva studiato a Cuneo e poi aveva fatto un lungo periodo in Borgogna, e tornò a Torino con idee precise su come si doveva raccontare un vino a chi lo comprava. Aprì una piccola area degustazione sul lato destro del locale, sei tavoli di legno recuperato, e cominciò a organizzare le prime serate di assaggio il giovedì sera. La gente di via Lagrange all'inizio lo guardava con scetticismo, poi pian piano si sedette.

La terza generazione: Laura e Marco Morbelli

Oggi l'enoteca è nelle mani di Laura e Marco, i figli di Giorgio. Laura si occupa della selezione dei vini e del rapporto con i produttori, Marco gestisce il bar, gli acquisti quotidiani e i rapporti con i fornitori di cibo. Non hanno diviso il lavoro per convenienza: lo hanno diviso perché ognuno dei due ha una competenza genuina nel proprio campo, e questo si vede nel risultato.

Laura viaggia ogni anno in Langa, nel Monferrato e in Franciacorta per visitare le cantine di persona. Dice sempre che una cantina si capisce da come è tenuta la vigna a febbraio, non da come è arredata la sala vendite. In carta ci sono circa quattrocento etichette, con una concentrazione forte sul Piemonte ma con una finestra aperta su alcune regioni francesi e su piccoli produttori siciliani e campani che Laura ha trovato nel corso degli anni attraverso segnalazioni di colleghi fidati.

Marco invece ha trasformato la cucina del bar in qualcosa di concreto: non una cucina da ristorante, ma piatti pensati per accompagnare un calice senza sovrastarlo. Formaggi selezionati da un affinatore di Bra, salumi da un produttore di Moncalvo, acciughe del Cantabrico, pane fatto ogni mattina da un forno di corso Dante che usa lievito madre dal 1991. Non è una proposta costruita per impressionare, è una proposta costruita per funzionare.

Il locale, adesso

Il magazzino originale è ancora lì. Le volte in mattoni, le travi, il pavimento in pietra: chi è stato a Torino negli anni Cinquanta e si ricorda il locale di Ernesto lo riconosce ancora oggi. Abbiamo aggiunto la luce giusta, qualche scaffale in rovere costruito su misura da un falegname di Moncalieri, e due tavoli in più. Ma il senso del posto non è cambiato: è un luogo dove si viene a bere bene, a mangiare qualcosa di vero, e a parlare di vino senza sentirsi giudicati se si sa poco o se si sa moltissimo.

Settantasette anni dopo che Ernesto aprì quella porta sul portone di via Lagrange, Morbelli e Figli è ancora una faccenda di famiglia. Speriamo che si veda.

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